Cippa – là ma il lavoro non ci stà 23 marzo 2008
Posted by Alfonso Marino in Economia.trackback
Dove sono finite le fabbriche? Tutto cambiato, una profonda diversità. Andiamo indietro nel tempo. L’arsenale di Venezia fornisce il primo esempio di una fabbrica nel senso moderno del termine. Fondato nel 1104, varie centinaia di anni prima della rivoluzione industriale, costruiva navi. L’arsenale di Venezia all’apice della sua storia impiegava numerose persone. E’ la prima fabbrica al mondo, dato che rappresenta l’esempio più importante di grande complesso produttivo a struttura accentrata dell’economia preindustriale. La superficie si estendeva su un’area di 46 ettari, mentre il numero di lavoratori (arsenalotti) raggiungeva, nei periodi di piena attività produttiva, la quota media giornaliera di 1500-2000 unità (con un picco di 4500-5000 iscritti al libro delle maestranze), cioè dal 2 fino al 5% dell’intera popolazione cittadina dell’epoca. La fabbrica, il lavoro del tempo illustrati nella Divina Commedia. I versi di Dante Alighieri, descrivono con particolare intensità la fabbrica dell’epoca. “Quale nell’arzanà de’ Viniziani, bolle l’inverno la tenace pece, a rimpalmare i legni lor non sani, ché navicar non ponno in quella vece, chi fa suo legno nuovo e chi ristoppa le coste a quel che più vïaggi fece; chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte; chi terzeruolo e artimon rintoppa; tal, non per foco ma per divin’ arte, bollia là giuso una pegola spessa, che ‘nviscava la ripa d’ogne parte”, Inferno, XXI, vv. 7 – 18. Negli anni successivi l’arsenale si avviò ad un lento declino, ormai incapace di soddisfare le enormi esigenze delle moderne forze navali, fino al suo parziale abbandono. In anni recenti si è comunque cercato di ridare importanza all’arsenale, inserendovi alcune attività culturali e ponendo il problema del suo recupero, che in ogni caso risulta problematico data la vastità dell’area. È attualmente utilizzato solo in piccola parte, come una delle sedi espositive della Biennale di Venezia e per alcune attività legate alla cantieristica. Percorriamo la nostra Penisola e pensando ancora alla fabbrica, dobbiamo fermarci vicino casa. Fu Carlo di Borbone nel 1750 ad acquistare dai principi Acquaviva di Caserta la collina di San Leucio, tenuta di caccia poco distante dalla Reggia. Il progetto iniziale prevedeva che il luogo mantenesse il carattere di riserva di caccia e di svago per i membri della famiglia reale, ma il successore di Carlo, il figlio Ferdinando pensò di promuovere la naturale attività di tessitura della seta degli abitanti locali, vi costruì una fabbrica per la produzione serica e, in breve tempo, trasformò tutto il territorio in un borgo manifatturiero, con la propria colonia stabile di abitanti (la colonia dei setaioli, riconosciuta come Real Colonia nel 1789), per i quali fu promulgato un codice di leggi apposite. La direzione dei lavori per la creazione dell’intero borgo fu affidata a Francesco Collecini, il preferito dal re Ferdinando tra gli architetti della Reggia, chiamato a Caserta da Luigi Vanvitelli, del quale divenne primo aiutante. Collecini, a sua volta si valse dell’aiuto di Giovanni Patturelli, che gli successe nella direzione alla sua morte (1804) e completò materialmente l’intero borgo. Questa singolare idea del re Ferdinando altro non era che il primo passo verso una città operaia dell’industria serica, a pianta circolare, con un sistema viario che si irradia da una grande piazza centrale. La città si sarebbe chiamata Ferdinandopoli. Il progetto, testimoniato dettagliatamente dai disegni del Collecini, naufragò con gli eventi del 1799. La storia recente è nota. San Leucio ha ripreso la produzione della seta, la qualità è riconosciuta ed è per l’Unesco, insieme alla Reggia, Patrimonio dell’umanità. Due esempi di straordinaria intensità, dove è chiaro che gli incidenti sul lavoro, le condizioni igieniche e la forza del comando erano all’epoca i tratti dominanti di quelle esperienze. Di quelle esperienze? L’attuale Presidente della Repubblica ricorda i morti sul lavoro, l’intensità e la violenza di questo fenomeno che cresce e travolge famiglie intere. Le condizioni igieniche e la forza del comando coinvolgono le gracili e abili mani dei tanti bambini che lavorano parti, pezzi del prodotto che garantiscono poi la nostra effimera felicità del consumo. Il nostro viaggio continua e siamo alla metà del novecento. Quando negli anni 50 lavoravi in fabbrica eri importante, oltre ad essere un buon partito per il matrimonio, avevi un salario e potevi mettere su famiglia. Le fabbriche nascevano come funghi dopo la pioggia e un sole forte ed intenso. Le fabbriche trasformavano l’Italia dell’ agricoltura e dei mezzadri. Uno sforzo enorme, bisognava inventare e creare, le banche erano poche, il capitalismo globale una chimera, la finanza che decide cosa vendere e comprare una illusione. Fondamentali erano le persone, la capacità, la caparbietà del fare e del trasformare quel fare in sapere. Certo molti errori, tante catene di montaggio e ciminiere, ma all’epoca erano i simboli di una forza positiva che creava opportunità: dopo poco capimmo che non era così. Ma in quel novecento, le colonie estive con tutti quelli della fabbrica erano un tipo di vita nuova, sentito, voluto. Avevi lasciato la tuta nello spogliatoio ma continuavi ad avere uno status sociale, producevi per te e con gli altri della fabbrica, per tutti. Alcune città nascono in seguito alla costruzione della fabbrica e le case di operai, impiegati e dirigenti sono una sorta di prolungamento dell’edificio-fabbrica. Pontedera in Toscana o Colleferro nel Lazio o Marghera in Veneto sono degli esempi. Le storie della costruzione della fabbrica e della città dove gli operai vanno a vivere si incrociano formando un unico corpo. Il paese è un prolungamento della fabbrica, è la sua anima domestica e dalla fabbrica prende addirittura il nome. Nascevano nuovi prodotti, eravamo bravi anche nel copiarli, nasceva uno stile, una innovazione, un disegno, le radici del made in Italy. Storia immensa e bellissima quella della fabbrica italiana, un romanzo che coinvolge vite e passioni, ricordi e tensioni. Poi tutto cambia, le fabbriche chiudono pian piano e la violenza di questo lento scomparire è forte sia per chi non è più operaio sia per chi poteva esserlo. E poi ci sono le città senza fabbrica svuotate dall’emigrazione verso fabbriche lontane dove non si rispetta nessuno dei capisaldi fissati dall’Organizzazione internazionale del lavoro nel definire il diritto a un lavoro decente. Nella giungla della produzione ad alta velocità, la storia quasi si ripete, valgono le vecchie regole, contano solo i rapporti di forza, e che capacità contrattuale possono avere delle ragazzine immigrate dalle campagne, contadine o figlie di contadine, ingaggiate in fabbriche e fabbrichette dove il diritto non ha cittadinanza? Regna la sopraffazione: stipendi di molto inferiori al salario minimo garantito; straordinari non pagati e obbligatori con medie di lavoro dalle 84 alle 98 ore settimanali; nessun diritto a ferie, maternità, malattia; nessuna possibilità di rivendicazione, esposizione a infortuni e sostanze tossiche in assenza delle più elementari norme di sicurezza.. Il lavoro inizia alle 7.30 a mezzogiorno c’è la pausa, poi si va avanti fino alle 23.30. Ogni mese qualche ragazza sviene per l’esaurimento fisico. Molte di queste fabbriche appartengono all’esercito di subfornitori che le grandi multinazionali hanno disseminato in Cina ma anche nel resto del pianeta. Insomma un sistema di schiavitù. Ritorniamo nella nostra penisola dove le città occupate dal lavoro a domicilio, le città distrutte dalla fabbrica come Seveso, sono una realtà. C’è il caso dell’Emilia con i contadini che vedono le fabbriche costruite a pochi metri dai loro campi. C’è il caso di molti paesi del sud che aspettano l’arrivo della fabbrica per decenni, ma la fabbrica non arriva mai o resta costruita a metà per sempre. La fabbrica del nostro tempo è virtuale, è in un luogo lontano del quale non conosciamo la lingua parlata e scritta e poi è tutto un dover creare valore lontano dal luogo della produzione, è tutta una opportunità da offrire al manager di turno e alla divinità del mercato. Il cambiamento in trent’anni è stato impressionante. Dalla fabbrica al centro commerciale, dalla fabbrica al call center, purtroppo questo è uno dei tratti distintivi del nostro essere e divenire. E’ assente l’utopia, la forza di un progetto che crea lavoro coniugandolo con democrazia e benessere, utopia per una generazione di donne e uomini con l’estrema necessità di viverla e realizzarla.
Commenti»
No comments yet — be the first.