Calcio……….mpanza 29 marzo 2008
Posted by Alfonso Marino in storica.trackback
Il partigiano con la pipa era presidente della repubblica e in Spagna sul 3 a 1 per la nostra nazionale si alzo in piedi e disse non ci prendono più e vincemmo. Vincemmo grazie all’allenatore, parlava poco, fumava anche lui la pipa e giocava bene lo scopone come il partigiano e poi c’era la squadra, in quel mondiale bruno conti era chiamato marazico. Ricordi, attuali perché non eravamo solo consumatori e non siamo solo consumatori, anche se molto è cambiato. Il calcio è industria e finanza e dunque vuole solo consumatori. Gli accordi per i diritti televisivi determinano denari freschi che posso essere spesi per ripianare debiti e investire. Gli accordi politici con i sindaci per rideterminare il prodotto stadio e le infrastrutture e dunque la localizzazione di questo prodotto e poi, il giro grosso quello degli europei e del mondiale che di fatto devono passare da queste parti con un certo ritmo, perché i soldi arrivano a fiumi e molti di quei soldi vengono relegati ad altra destinazione, vedi Italia 90. Le leggi si sprecano e spesso sono contraddittorie e non applicabili, la pubblicità impera con i suoi testimoni provenienti dal mondo del pallone e poi ci sono, anzi scusate c’erano i tifosi, quelli che andavano allo stadio per gustarsi o maledire il fuoriclasse o la squadra di fuoriclasse. Oggi ci sono i consumatori, quelli che spesso vengono dalle periferie e devono emergere e per emergere devono appartenere alla storia, ad un pezzo di storia, non importa quale, l’importante è l’appartenere ad una idea forte che fa scalpore che fa gridare all’orrore e regala celebrità. E così ti trovi gli striscioni con le croci celtiche allo stadio olimpico e il richiamo al forno. Il collegamento con la politica è tutto, altro che la politica non c’entra, non spiega. Invece spiega eccome. La politica qui è tutto: 1936 le olimpiadi, il nazismo il tedoforo, 2006, le olimpiadi invernali, il tedoforo, gli striscioni all’olimpico. 70 anni di storia, di cultura politica, sociale ed economica in uno spot televisivo, nel sentirsi parlare addosso, per appartenere e uscire da ghetto. Consumare senza capire, senza comprendere che ti fanno consumare per consumarti, la droga del calcio, l’inesistenza dell’individuo. Poi, c’è la domanda: ma quelli che portano lo striscione allo stadio capiscono, percepiscono? Qualcuno si. Gli altri sono in quel luogo per essere famosi. Essere famosi partendo dalla periferia come i calciatori che vedi in campo, ma loro segnano e sono sul giornale, fanno soldi con la pala, si sposano con letterine e veline e questi che al mattino sono in piedi presto per andare allo stadio, preparano la partita in trasferta tutta la settimana, quale gloria possono avere? La radio locale non basta, ci vuole lo stadio, la televisione, l’intervista al giornale, come il presidente che spesso è in politica, perché se non sei in cielo in terra e in ogni luogo non vinci, non sei un modello vincente. Come fate ad affermare che quello striscione non c’entra con la politica? La politica delle leggi che non controllano chi entra allo stadio anche dopo averle approvate. I consumatori del pallone e, come sempre dove c’è consumo c’è l’affare e dunque l’industria. L’industria del pallone, fatta di uomini vincenti che dopo l’industria devono avere la politica perché vince la squadra di donne e uomini forti. Poi questi giovani con lo striscione e le croci celtiche. Non fanno sport, non utilizzano i pochi impianti disponibili. Lo striscione per emergere, somigliare, fare finta di esserci per provare ad esistere.
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