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Cavour e internet:una riforma 10 Aprile 2008

Posted by Alfonso Marino in storica.
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Correva l’anno 1878 e Leone Carpi studioso e sociologo del tempo, incaricato dal governo di relazionare in merito all’amministrazione pubblica così descriveva il profilo delle burocrazie locali degli stati preunitari: “nella scelta degli impiegati più che all’abilità si pone cura a porre negli uffici uomini servili, nelle regioni italiane governava questa bisogna, un favoritismo ben più umiliante di quello che per disavventura fa mal governo degli impiegati anche oggidì.” Alle osservazioni dello studioso Leone Carpi, fanno eco quelle di Honorè Balzac, scrittore, che pubblica nel 1844, Les Employés e descrive il profilo delle relazioni tra i burocrati del tempo come, “… rapporti umani servili, in una trama fitta e opaca, che a tratti sembra lacerarsi per poi ricomporsi”. Oltre gli studiosi e gli scrittori la storia. In Italia, il profilo della burocrazia, iniziava ad ancorarsi alla valorizzazione del percorso scolastico, alla mobilità tra sedi ed incarichi. Il tentativo era quello di rompere con il servilismo preunitario. Il servilismo dettato ad esempio dal legame del funzionario con il territorio d’origine, oppure, nel Regno delle due Sicilie, all’estrazione nobiliare del personale degli uffici. La data di partenza della storia organizzativa dell’amministrazione italiana è il 1853 con la riforma Cavour, capo del governo. La legge 23 marzo, n.1483 (riordinamento dell’amministrazione) e il regolamento per l’esecuzione del titolo primo, approvato con il regio decreto del 23 ottobre n.1611, rappresentano i focal points dell’amministrazione. In quella fase storica l’esperienza francese e belga erano determinanti. In Francia con la nascita del catasto, lo Stato garante della proprietà privata e le Prefetture, unità decentrate dello Stato centrale sul territorio e in Belgio dove nel 1852 l’approvazione dell’autonomia dei comuni aveva avuto riflessi positivi sulla riduzione della spesa centrale, si determinava un nuovo profilo di amministrazione sia culturale che organizzativa. Francia e Belgio, rappresentavano l’Europa del tempo e influenzarono la riforma organizzativa e la cultura dell’amministrazione centrale e locale della nostra penisola. La riduzione della spesa centrale, impegnò Cavour in estenuanti ed animati confronti, come quello che prendendo spunto dall’esperienza belga, mirava a ridurre da 51 a 9 le divisioni territoriali, formate da province e circondari. La soppressione di 42 divisioni territoriali vide la destra conservatrice e la sinistra liberale unite nel rifiutare la proposta di confronto in aula. Eppure, il dibattito dell’epoca, tra le opposte visioni della riforma, vedeva concordi tutti nel valutare indispensabile la semplificazione organizzativa e il risparmio di spesa. Uberto Menabrea della destra conservatrice e Paolo Farina della sinistra liberale concordavano sulla previsione di un risparmio dei costi, valutato intorno alle 570 mila lire, superando “quell’andirivieni di documenti e impiegati da un ufficio all’altro”. Loro malgrado, Menabra e Farina ci aprono le porte all’era di internet, al e – governament: qualità, affidabilità dell’informazione e risparmio dei costi. Ma, nell’era di internet Cavour evidenzia una difficoltà nel reperimento dei dati relativi alle piante organiche delle diverse amministrazioni e afferma che:”ordinando l’amministrazione sopra nuove basi, dovendosi destinare degli impiegati ad uffici diversi da quelli che riempivano pel passato, sarà forse necessario un numero maggiore di impiegati e che…. i costi si riducono attuando il decentramento amministrativo”. Le affermazioni di Cavour non sono lontane da quelle di Ennio Flaiano, giornalista e scrittore, che in Diario notturno pubblicato nel 1956, a proposito di burocrati afferma: “gli presentarono il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringraziò vivamente. Deplora l’assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all’ufficio competente, che sta creando”. La riforma Cavour con tre titoli, il primo relativo all’amministrazione, il secondo alla contabilità di Stato e il terzo alle norme transitorie, era composta da 130 articoli. L’accesso all’impiego fu previsto con il tirocinio pratico non retribuito, dunque volontari, con una età compresa tra i 18 e 28 anni. Dopo due anni di volontariato, era possibile sostenere l’esame, previo il superamento di prove previste dal regolamento interno, ed essere inquadrato come impiegato di quarta classe. Il nuovo impiegato poteva salire i gradini della burocrazia con l’anzianità di servizio e promozioni per merito, allora come oggi l’anzianità e il merito erano e sono la croce e la delizia dell’impiegato pubblico. A questo tipo di selezione corrispondeva, una organizzazione del lavoro e una cultura amministrativa che prevedeva azioni di alta sacralità come il protocollo generale e l’archivio. L’archivio, come memoria storica dell’amministrazione: l’accumulazione delle pratiche precedenti, l’immagine ancora attuale dell’impiegato che scompare dietro una montagna di faldoni. Il culto del precedente, bussola insostituibile per ogni buon impiegato. Il precedente avrebbe presto occupato un posto di rilievo nella cultura della burocrazia e la ricerca in archivio rappresentava l’indispensabile requisito di ogni attività burocratica. Erano i primi concreti tentativi di ridisegnare una amministrazione che veniva identificata con un diffuso servilismo e una fitta trama opaca. Organizzazione e cultura, espressioni usate e abusate nell’amministrazione. Un sovrapporsi di modelli. Una molteplicità di esperienze nelle quali il tratto dominante, il commento di fondo non può più essere: tutto si crea nulla si distrugge, ma tutto si crea qualcosa bisogna distruggere. Il problema è quel qualcosa!!!!

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