ICI, non ICI? non l’ICIA nessuno….. 18 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Economia, Generale.add a comment
Chi non sarebbe contrario ad evitare di pagare l’ICI? ne saremmo tutti contenti. Poi ci pensi e dici: ma le risorse per i comuni da dove verranno? dallo Stato?
Nei piccoli comuni, dove l’ICI costituisce un forte cespite di ingresso ci si stava avvicinando alla responsabilizzazione dei cittadini rispetto alle scelte politiche, si cominciava a chiedere come fosse strutturata la spesa e come essa veniva convogliata in termini di servizi ai cittadini. Addirittura in molte situazioni si era approfondita di molto la gestione della tassa obbligando i proprietari a venire allo scoperto e pagare quanto dovuto. Le entrate sono aumentate di molto e tutti pagavano la tassa. Adesso si sta per tornare alla de-responsabilizzazione. Il trasferimento dei fondi verrà dallo stato e pochi si chiederanno come questi saranno spesi. Si tornerà agli anni settanta dove spesso i piccoli comuni potevano solo fare strade interpoderali poichè c’erano solo soldi stanziati per questo. Adesso mi chiedo: ma la Lega e il federalismo fiscale che dovrebbe avviare il processo di responsabilizzazione dei cittadini come forma di politica, cosa ne dice?
Che “trafila”..? 18 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in storica.add a comment
Continuo con la storia dei pastifici. Scarsa sapienza e pochi mezzi finanziari. Non ci sono i capitali sufficienti per sostenere l’innovazione organizzativa e produttiva, così artigiani e imprenditori si affidano all’intervento della Società Assicurazioni Diverse (Sad), una finanziaria napoletana, che garantisce gli investimenti necessari sostenendo il rinnovamento delle strutture produttive in cambio della cessione del controllo produttivo e organizzativo delle stesse imprese che saranno gestite da fiduciari della finanziaria. Ai proprietari erano demandati soltanto compiti di direzione tecnica. La dipendenza si aggravò ulteriormente quando un’altra società, controllata dalla Sad, commerciava i cereali da fornire all’industria molitoria. Nel 1930 la ditta Braibanti, utilizzando l’intuizione di un vecchio pastaio, aveva brevettato una macchina completamente automatizzata per produrre pasta ed eseguire l’intero processo produt-tivo: mescolatura, impasto, trafilatura ed essiccatura. La nuova tecnologia aveva annullato tutti quei fattori climatici e di sapienza che avevano fatto la fortuna della pasta di Torre e di Gragnano. Le innovazioni organizzative e produttive governano le imprese: dalla miscela delle semole all’impacchettamento in carta cellofanata e trasparente. La riconversione dell’apparato produttivo non era più rinviabile. Non c’era più spazio per le imprese caratterizzate da scarsa potenzialità, da un’arretrata organizzazione finanziaria e prive di capacità commerciale. Dopo gli anni cinquanta, a Napoli e provincia, la situazione era quasi senza più speranza, su cinquanta pastifici censiti nel 1967 la potenzialità produttiva era minima.
La produzione dei pastifici
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18 imprese |
21 imprese |
6 imprese |
2 imprese |
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Fino a 100 quintali giornalieri |
101 – 300 quintali giornalieri |
300 – 500 quintali giornalieri |
Oltre i 500 quintali giornalieri |
La quantità minima indispensabile per un’attività competitiva era all’epoca oltre i 500 quintali giornalieri. Iniziava il lento declino dell’industria pastaia. Gli imprenditori restarono sordi agli inviti, ad ogni proposta che andasse oltre la propria azienda. Tutto questo non li salvò dal dissesto. Una dopo l’altra chiusero i battenti aziende il cui marchio per secoli aveva varcato oceani e montagne. D’altra parte le agevolazioni creditizie erano interdette a questi imprenditori, privi di garanzie reali. Occorrevano nuovi capitali, che gli imprenditori non avevano, una gestione diversa del credito agevolato per consentire ai piccoli e medi imprenditori meridionali di far fronte alle nuove esigenze produttive invece di continuare a favorire la penetrazione dei gruppi più aggressivi del Nord. In questo contesto anche la politica, i partiti, il sindacato, il parlamento è fermo. I partiti e il sindacato sono in difesa dei lavoratori, ma non implementano strategie di lungo periodo per presiedere la complessità e il parlamento non eleva l’attenzione sul fenomeno, si limita ad una legislazione di ratifica, eppure alla fine degli anni 90 i pastifici lentamente riaprono, ci sono quelli del Nord ma anche alcuni locali, cosa accade alla fine degli anni 90 e quali sono le strade che percorrono gli imprenditori? [ 3 continua]
O tram d’a Torretta 17 aprile 2008
Posted by iasiellik in Generale, IasielliK.add a comment
O tram d’a Torretta
I lavori della corsia preferenziale per ripristinare la vecchia viabilità della Riviera di Chiaia procedono, forse non rispettando il calendario. La corsia riservata che fiancheggia la Villa Comunale ha origini antiche, e da sempre è stata la strada che ha consentito gli spostamenti dalla Torretta a piazza Vittoria e viceversa, sia per i mezzi pubblici che per i privati. La viabilità che viene riproposta, unita alla realizzazione della Linea 6 (Fuorigrotta – San Pasquale, per adesso), ridurrà il traffico lungo questa direttrice e consentirà di raggiungere l’obiettivo primario di unire due punti cardinali della città. La riflessione di oggi è su un’occasione persa. La strada, di cui parlo, è una delle strade più belle di Napoli, che si introduce tra la Villa Comunale e magnifici edifici d’epoca. La destinazione attuale vede questa strada utilizzata per il senso unico verso Piedigrotta, come corsia riservata per i mezzi pubblici (nei due sensi di marcia), come area di parcheggio.
Uno spaghetto e….prima? 17 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in storica.add a comment
La storia economica e sociale della pasta è di grande fascino, insegnamento e dunque complessa. In questa prima fase del nostro lavoro apriamo delle finestre per spiegare come nasce e si sedimenta la cultura e il lavoro della pasta.
Molti artigiani-imprenditori, di fronte alle innovazioni finanziarie, organizzative, produttive, non hanno il coraggio, la capacità e la sapienza per affrontare la nuova sfida: manifestano perplessità, appaiono disorientati. Alla fine dell’Ottocento il sistema di produzione ha raggiunto una perfezione che durerà mezzo secolo e determinerà la definitiva fortuna di Gragnano e di Torre Annunziata. Per avere una buona pasta il fattore decisivo era la prosciugazione. Artefice, conoscitore profondo delle varie fasi della produzione, è il capopastaio che, con sapienza, integra il lavoro dei diversi lavoratori. Chi è il capopastaio? E, quasi sempre analfabeta, cresciuto in fabbrica da piccolo, passato per tutte le mansioni del processo produttivo (ragazzo, insaccatore, appenditore, prosciugatore, spanditore, gramolista, impastapasta, capopastaio). La stima e la considerazione aumentavano allorché al vecchio proprietario succedevano i figli che non conoscevano ancora tutto il mestiere. Nel 1919, si avviava un processo innovativo che, combinando calorifero e ventilatore, riduceva i tempi e svincolava la prosciugazione dalla volubilità del tempo e dalla incostanza del clima. I tempi di essiccazione si abbatterono, e la sapienza del capopastaio è periferia della conoscenza. L’acqua del fiume Sarno 1800, insieme alle macchine e al vento, era elemento importante per la qualità del prodotto. In quel periodo, si erano insediati molini mossi dal fluire delle acque, molini che per la prima volta non soltanto alleviarono la fatica domestica, ma diedero inizio alla riduzione dei costi e alla migliore resa del prodotto. L’elevata produttività del molino ad acqua aveva marginalizzato l’uso di quelli a mano e di quelli a trazione animale. Fin dal secolo XII, i molini del Sarno lavoravano a pieno ritmo, i loro sfarinati erano esportati fuori dal Regno ed assicuravano anche l’approvvigionamento alla città di Napoli. I rifornimenti di grano giungevano, via mare, dai due principali granai del Regno, il Tavoliere di Puglia e la Sicilia.
1891 – Addetti e tecnologie
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Addetti |
Fabbriche a Gragnano e T.A. |
Con motori meccanici |
Con torchi a mano |
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1688 |
102 |
11 |
91 |
Dopo 13 anni di crisi, nel 1904, le fabbriche sono 47, lavorano a pieno regime ed esportano in tutti i continenti. Nelle fabbriche, le condizioni di lavoro restavano drammatiche: Si lavorava generalmente a cottimo, retribuiti non in rapporto alla prestazione data, alle ore di lavoro, ma alla pasta prodotta; si era pagati in natura o metà in natura e metà in denaro. La giornata lavorativa non era inferiore alle dodici – quindici ore. Le lotte operaie e sindacali, tra le prime in Italia, pongono problemi di sicurezza, qualità del lavoro e retribuzione. [2 continua]
Ipotesi di lavoro un nuovo “paradigma informatico” 16 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Epistemologia della Rete, Generale.add a comment
Mark Pesce (inventore del VRML) in un recente articolo ha sostenuto che oramai l’informatica si basa su modelli di software obsoleti. La prima domanda che viene in mente è: ma come è possibile? non vi sono sempre più programmi, sempre nuovi sistemi operativi, sempre più applicazioni?
Ad un primo sguardo potrebbe sembrare che sia così; poi volendo approfondire la questione ci rendiamo conto che i principali applicativi software attuali hanno assunto la forma sostanziale ritroviamo già alla fine degli anni sessanta. I programmi di videoscrittura, i fogli di calcolo, la struttura dei database relazionali sono strutture di programmi figli di un felice incontro tra un portato linguistico strutturalista ed alcune menti di prim’ordine che vollero definire il massimo delle potenzialità per i calcolatori di quel periodo. Per comprendere l’ordine di grandezza del salto tecnologico compiuto dagli anni sessanta ad oggi (quando la parte software è rimasta sostanzialmente invariata) potremmo dire che siamo nell’ordine di potenze di calcolo di decine di migliaia di volte superiori ai computer dell’epoca. Basti pensare che il computer che mandò sulla luna gli astronauti era molto meno potente e veloce della più banale calcolatrice per le quattro operazioni elementari oggi in commercio. Dai progetti di sviluppo di software sono nati e poi minimamente evoluti i programmi che oggi conosciamo: “word”, “excel” “access” etc…. (continua…)
Uno spaghetto? 16 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in storica.add a comment
Era il piatto facile, semplice, buona farina, acqua e tanto olio di gomito ecco pronto un piatto di pasta. Come sapete nel 2008 la farina è ancora acquistabile, ma la pasta e l’acqua costano tanto. Aumenta il prezzo del grano e anche della pasta quindi devi starci attento quando la compri. Risorsa scarsa il grano perché i consumi aumentano e la produzione non tiene il passo e poi c’è chi sapendo che la domanda aumenta aspetta per vendere al prezzo più alto e ancora ci sono paesi, l’America ma non solo, dove i produttori piantano mais e non grano per avere gli incentivi del governo e provano ad utilizzarlo per combustibili e fertilizzanti non derivati dal petrolio, i cambiamenti climatici che determinano siccità, la superficie di terra coltivabile, una serie di accadimenti non controllati dai governi ed ecco che una materia prima disponibile diventa scarsa. La pasta è un bene con pochi complementari: riso, patate, ma non puoi utilizzarli come la pasta e poi è alimento centrale del nostro pasto. E’ interessante pensare che il mercato globale non riesce nella sostituzione, non crea soluzioni alternative ma si comporta come il singolo mercato: ridurre le risorse disponibili per una offerta debole, per speculazione ma quello che percepisce il consumatore è comunque aumento dei prezzi e riduzione del bene. Il prezzo è salito è di tanto: nel 2004 alla borsa di Chicago un sacco di grano costava 3 dollari, nel 2008 costa tra 6 e 10 dollari. In genere quando una materia prima triplica il costo è difficile che ritorni al suo prezzo d’origine anche se la quantità prodotta aumenta. Peccato perché i produttori tra alterne vicende, nella nostra regione, (vedi articolo nù spaghetto) cercano di costruire un percorso valido che coniuga produzione e qualità della tradizione, un percorso spezzato dalla congiuntura internazionale che non sarà di breve periodo.
Errore come orrore 15 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Economia.add a comment
Le organizzazioni burocratiche sono quelle che non vogliono o non sanno apprendere dai propri errori. Questo significa che da tempo le istituzioni pubbliche sono sempre più una arena nella quale le transazioni e lo scambio sono importanti tanto da far dimenticare la crescita culturale e il confronto dei valori. Così è, cambierà? Non lo so, si spera ma chi di speranze vive… afferma il detto popolare, mentre Keynes affermava: nel lungo periodo siamo tutti morti. Dunque la teoria e il popolare coincidono. Ma cosa deve produrre una organizzazione burocratica: leggi poche, atti operativi che migliorano la vita delle persone, tanti. La legge è il mezzo per raggiungere obiettivi? Dunque siamo ancora al tardo positivismo di maniera, mezzi – fini, siamo ancora all’idea che le burocrazie sono organizzazioni razionali. Al momento tertium non datur? Proviamo, con una analisi diversa, la comprensione delle burocrazie pubbliche e dico pubbliche perché esistono anche quelle private. Le burocrazie pubbliche sono organizzazioni a legame debole, cioè l’opposto della razionalità. Il legame debole attiene alla non chiara corrispondenza tra mezzi e fini, il legame debole è tra la giunta e gli assessori, tra essi e il consiglio, tra la giunta e i partiti della maggioranza e dell’opposizione. Legame debole significa che in parlamento ci sono quei tanti di vecchio corso che accolgono i nuovi e gli spiegano che c’è poca autonomia e devi stare alle regole. Legame debole significa governare e gestire risorse improvvisamente invece che continuamente, occasionalmente invece che costantemente, indirettamente invece che direttamente, perché è la logica della spesa pubblica. La spesa per il consenso anche se in pubblico spiegano che lo sviluppo, la crescita, generiche affermazioni che non spiegano nulla. All’interno di queste modalità ci sono le decisioni per le riforme, la nuova contabilità di bilancio e il federalismo, ma attenzione, queste sono priorità al pari delle nomine. Adesso individuiamo le priorità. Ma sono tutte priorità. Anche quella dell’onorevole con i suoi elettori. Il legame tra l’eletto e il suo elettorato forse è forte in campagna elettorale, poi cala, probabilmente si rinsalda quando si avvicina la prossima scadenza, ma l’eletto ogni tanto deve farsi vedere, deve saper ascoltare, o fingere di farlo, insomma anche in questo caso c’è un legame debole forse in alcuni casi ambiguo. Il problema è che siamo in una situazione di grande difficoltà, le figure di spinta che sono state valide dal medioevo in poi: il cavaliere, il monaco e l’artigiano, ad esempio, sono scomparse, anche quelle proposte dal boom economico in poi sono in crisi: il tecnico, il politico, l’imprenditore. Quindi? Una risposta al legame debole è dire abbiamo sbagliato. E’ importante non nascondersi dietro le dichiarazioni di facciata, il significato scontato. Afferma: “abbiamo sbagliato, siamo stati scelti per amministrare ma su questo punto dobbiamo apprendere, crescere”. Questo non dovrebbe significare dimissioni, ma partire da quest’ errore per informare i cittadini dei tempi e le modalità con le quali si intende colmare questo gap. Il problema, delle organizzazioni burocratiche è quali sono gli errori e come e cosa apprendere dagli errori. E’ importante modificare la cultura burocratica e il suo comportamento. Una cultura e comportamento che deve iniziare ad apprendere pubblicamente dai propri errori, altrimenti si allontanano i cittadini dalle istituzioni e si rende sempre più difficile la credibilità delle organizzazioni/istituzioni pubbliche.
Attendere prego 14 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in storica.add a comment
Saeculum Augustum
“Ita mihi salvam ac sospitem rem publicam sistere in sua sede liceat atque eius rei fructum percipere quem peto ut optimi status auctor dicar et moriens ut feram mecum spem mansura in vestigio suo fundamenta rei publicam quae iecero.” Svetonio