Domenica e lunedi:sabato assente 13 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Generale.add a comment
Anno 1911 travagliata e difficile fase della nostra storia nazionale che apriva le porte ad una serie di cambiamenti non prevedibili, si era al quarto governo Giolitti, 1911 e Gaetano Salvemini pugliese, di Molfetta, scriveva sul giornale da lui fondato – l’Unità -” L’importante è che rimaniamo ben intesi, che ciò che noi rimproveriamo ai partiti democratici tradizionali, non è il loro ideale astratto di elevamento autonomo delle classi inferiori: è, al contrario, la inettitudine a tradurre questa aspirazione generica in serie riforme concrete di utilità nazionali; è la incapacità a dominare e coordinare gli appetiti e gli interessi permanenti dei gruppi locali e delle categorie professionali in vista degli interessi collettivi; è il sacrificio continuo che essi hanno fatto degl’interessi permanenti collettivi agli interessi transitori dei gruppi; è l’impreparazione e l’assenteismo assoluto, che la più parte dei politicanti della democrazia ha dimostrato in questo ultimo decennio di fronte a tutti i problemi amministrativi, doganali, tributari, scolastici, internazionali, la cui soluzione urge pel nostro paese, e soprattutto dinanzi al problema meridionale, che è la più profonda e la più terribile incognita della nostra vita di nazione; è la confusione e l’anarchia morale, che essi hanno indotto nella vita pubblica, facendosi acquiescenti o complici di qualunque peggiore disordine o ingiustizia, pur di essere soddisfatti nelle loro sciocche vanità, nelle piccole ingordigie locali e professionali, nei loro miserabili rancori, è il tradimento ormai sistematico e consapevole che essi compiono, giorno per giorno, a danno delle classi lavoratrici ingenue e disorientate”
Altrove, lontano!!!! 12 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Generale.add a comment
L’Istat sottolinea, come evidenziato di recente per il 2007 la notevole perdita occupazionale nel sud. L’incrocio con i dati sulla competizione per regioni evidenziano una perdita di posizione nelle stesse aree dove cala l’occupazione. Il Sud è colpito due volte: scarsa competizione delle poche imprese e perdita di occupazione. Il ruolo dell’impresa attiene alla creazione e distribuzione di ricchezza. Creare e distribuire ricchezza è complicato ma al tempo stesso necessario, utile. Questo salto è importante e può determinare la tenuta del meridione sia in termini occupazionali che di rilancio della competitività. Certo le insidie legate alla materia prima, alle difficoltà della logistica, dei servizi, ad una serie di elementi che di fatto rallentano il potenziale delle imprese deve essere affrontato in tempi brevi e qui oltre al ruolo delle imprese è fondamentale quello delle istituzioni pubbliche e datoriali. La tentazione è andare dove gli altri già sono, può essere quella di andare altrove, di portare questa ricchezza in aree dove anche i vincoli sono meno stringenti: sarebbe un grosso errore. Il prodotto è un marchio e quel marchio è il territorio. E’ chiaro che per essere ed esistere nel meridione l’imprenditore deve possedere una combinazione di doti che non sono frequenti in molte altre aree della Nazione. L’imprenditore che dialoga con il territorio deve maneggiare materia prima e trasformarla in simboli ed esprimersi con parole ed immagini, il tutto in ambiti di tempo e spazio limitati. E’ anche storia di questa terra che le ruggini di vecchia memoria, appartenenti al passato, ma che fanno capolino ancora oggi devono essere sanate, risolte. La competizione è data dal prodotto, ma nel nostro caso il prodotto è sempre più la cultura di un territorio. Ad esempio, tra Firenze e Siena, l’area del gallo nero è stata attrattore di imprese e di cultura che si è dimostrata utile volano per creare e distribuire ricchezza. Si, la cultura perché, nell’era del mercato, come idea del mondo e, della globalizzazione, sapere che l’imprenditore è quello che vedi la mattina uscendo da casa, che abita nel tuo paese, che lavora e offre lavoro, crea una dimensione positiva del prodotto, è una storia che si racconta ad altri, nella piazza del paese, nelle grandi capitali dell’industria. Questo bisogna realizzare nel nostro meridione che perde occupazione e cala in competizione, realizzare, creare, lasciare al territorio ricchezza e distribuirla per le donne e gli uomini che vivono e amano la loro terra.
Un sol per gradire 11 aprile 2008
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Due gironi or sono, il 9 aprile 2008, si discuteva con Marco e Vittorio della necessità di far conoscere ad un certo numero di piccoli imprenditori che frequentiamo, la differenza di significato di alcuni termini economici che se pur da loro utilizzati, per noi tre – Marco, Vittorio ed io- sono mal declinati. In particolare si discuteva di debito e deficit. In economia è detto debito l’obbligo giuridico di eseguire una determinata prestazione, suscettibile di valutazione economica, a favore di un soggetto determinato (creditore). Esistono diverse tipologie di debito, ad esempio: (continua…)
Cavour e internet:una riforma 10 aprile 2008
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Correva l’anno 1878 e Leone Carpi studioso e sociologo del tempo, incaricato dal governo di relazionare in merito all’amministrazione pubblica così descriveva il profilo delle burocrazie locali degli stati preunitari: “nella scelta degli impiegati più che all’abilità si pone cura a porre negli uffici uomini servili, nelle regioni italiane governava questa bisogna, un favoritismo ben più umiliante di quello che per disavventura fa mal governo degli impiegati anche oggidì.” Alle osservazioni dello studioso Leone Carpi, fanno eco quelle di Honorè Balzac, scrittore, che pubblica nel 1844, Les Employés e descrive il profilo delle relazioni tra i burocrati del tempo come, “… rapporti umani servili, in una trama fitta e opaca, che a tratti sembra lacerarsi per poi ricomporsi”. (continua…)
Mannaggiagement 9 aprile 2008
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La cultura dell’impresa, i criteri organizzativi del privato si sono candidati per gestire la nostra Italia. Si parla di università come impresa, sanità come impresa, impresa – Italia, supponendo che il buon funzionamento di qualsiasi istituzione, Stato compreso, sia possibile adottando le stesse regole manageriali che l’impresa adotta al proprio interno, regole che devono garantire i massimi profitti. L’impresa, le sue regole si propongono come modello nazionale di gestione con i propri paradigmi. Durante gli ultimi duecento anni che coincidono con la società industriale ci sono state esperienze di gestione legate all’impresa privata, ma i risultati sono poco confortanti. Agli inizi dell’Ottocento, ad esempio, il padre del socialismo utopistico scozzese, Robert Owen, dopo aver fondato New Lanark, una grande azienda che ancora oggi desta meraviglia per l’imponenza dei suoi impianti e la fantasia della sua concezione, tenta di influenzare tutta la vita pubblica inglese promovendo leggi che modificassero l’ambiente sociale. Fallito in Gran Bretagna, l’esperimento continuò con esiti altrettanto negativi a New Harmony, negli Stati Uniti. Un altro esempio è Henry Ford, l’inventore del Modello T e della catena di montaggio che dopo aver conquistato il mercato americano, venne in Europa per convincere le nazioni del vecchio mondo a desistere dalla guerra. Un altro esempio è quello del nostro Adriano Olivetti, che negli anni cinquanta fondò il Movimento di Comunità per migliorare il sistema sociale attraverso una concezione politica arricchita dalla solidarietà cristiana e dall’esperienza imprenditoriale. Alle elezioni, Comunità ottenne un solo deputato e, poco dopo, si estinse. La cultura manageriale, la società industriale e digitale, è un prodotto storico e, come tale, ha avuto una sua incubazione, una sua nascita, un suo sviluppo e vive un suo declino. Anzi, è già in pieno declino, tanto che si parla sempre più spesso di una società post – industriale e di una difesa della privacy contro l’invadenza dell’informatica e del digitale. Il mondo manageriale dovrebbe contribuire all’elaborazione di un nuovo modello di lavoro e di vita, basato sull’equa distribuzione della ricchezza. Quest’impostazione deve comprendere le differenze, elaborarle e farle vivere in maniera solidale. Altrimenti i managers ricordano Charles de Gaulle, che usava dire: “Quando voglio sapere cosa pensa la Francia, lo chiedo a me stesso”.
Il superamento dei concetti di Reti collettive e Reti connettive di calcolatori. 8 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Epistemologia della Rete, Generale.add a comment
Qualche tempo fa cercavo su internet l’immagine di un quadro famosissimo di cui ricordavo perfettamente l’immagine ma non l’autore né il titolo. Esso riproduce in stile gotico due contadini americani ai tempi della depressione degli anni ’30. La ricerca durata in tutto parecchi giorni anche tramite strumenti avanzati di siti specializzati in quadri, immagini storia dell’arte, motori di ricerca indicizzati per categorie di immagini era diventata una specie di dimostrazione dell’inutilità di internet nel reperire le informazioni che si cercano in maniera “confusa”. Alla fine il titolo l’ho scoperto per caso guardando la didascalia di un giornale che riproduceva l’immagine: era “American Gothic” di Grant Wood ed una volta conosciuto il nome è bastato andare su un qualunque motore di ricerca per essere sommerso da migliaia di immagini del quadro, offerte di magliette etc…
Oggi si fa un gran parlare di Reti Connettive e Reti Collettive, società della conoscenza ma rimane fuori spesso una delle caratteristiche fondamentali a cui tutti dovremmo rispondere: ma se cerco un gruppo di interessi, una informazione, una risposta ad un problema, la trovo su internet? (continua…)
Innova o non innova? 8 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in storica.add a comment
Dunque il tema è l’innovazione culturale. L’innovazione nella pubblica amministrazione è data con l’idea: dalle code al click, peccato che le code restano tutte e il click è dei call center. L’innovazione culturale sovrappone la firma digitale al numero di protocollo, una serie di falsi positivi che non aprono le strutture, l’organizzazione dei servizi al pubblico. Questo pur a fronte di notevoli trasferimenti pubblici, quelli che chiamano investimenti in realtà è spesa pubblica e la chiamano innovazione, innovazione culturale. Così l’innovazione culturale in Alitalia è data dal fatto che prima le assunzioni si facevano utilizzando i riferimenti di alcuni partiti e oggi di altri e le nostre ferrovie pur presentando una dimensione economica preoccupante in molti dei segmenti di mercato non è nella condizione di Alitalia perché di fatto è ancora un monopolio. L’innovazione culturale è la legge: ovvero una dimensione idealtipica, tutta weberiana che non poggia sull’analisi dell’esistente e di come quelle leggi impattano, dunque produciamo leggi per affermare che si è realizzato un cambiamento, ma quale? Qual è la qualità di quel cambiamento e vai con la scuola, la sanità, l’università. Guardiamo l’acqua, anche qui l’innovazione è stata, è una serie di leggi, una assenza strategica del pubblico che crea solo strutture che allungano la catena della spesa e il privato dove pensa che sia possibile intervenire per scremare il mercato e dunque modello telefonia, autostrada, rende l’acqua un business. Ma mi fermo qui, posso continuare con molti altri esempi ma mi fermo: dunque nel nostro paese questo è lo stato dell’innovazione, della cultura dell’innovazione. Certo ci sono state e ci sono piccole gocce significative nell’oceano di opacità. L’innovazione culturale è una sfida, chi gestisce deve affermare di aver sbagliato e cambiare regole, è intensa attività di ricerca coordinata con le imprese e le istituzioni pubbliche per comprendere e interpretare i fenomeni, è non aver paura di abbandonare il potere, è fare posto, mettersi da parte, è una sfida lunga difficile, faticosa e dobbiamo partire non dal magnificat dell’innovazione, ma dai suoi limiti, dal perchè l’Italia è un paese con una opaca attitudine ad innovare.
Nulla di particolare 7 aprile 2008
Posted by Alfonso Marino in Economia.add a comment
Ancora una volta: quello che vivi tutti i giorni se non lo dicono i quotidiani e i settimanali, i mensili e le riviste trimestrali e quadrimestrali e le televisioni con i direttori di rete e dei quotidiani, non è all’attenzione della politica. E’ un circolo vizioso quello tra l’informazione e la politica, è tanto vizioso che la maggioranza della popolazione è al margine di questo vizio. Ecco quello che viviamo tutti i giorni: l’Italia ha gli stipendi più bassi d’Europa (fatta eccezione per qualche Paese dell’Est). E’ banale: quando c’è poco lavoro stabile, i salari diminuiscono. Siamo nell’età della povertà fluttuante. Ecco la distribuzione delle famiglie italiane per classi di reddito:
- 32,1% delle famiglie (6.933.100 nuclei) ha un reddito inferiore a 17.500 euro;
- 18,5% delle famiglie (3.998.000 nuclei) ha un reddito tra i 17.500 e i 25.000 euro;
- 19,5% delle famiglie (4.212.000 nuclei) ha un reddito tra i 25.000 e i 35.000 euro;
- 29,9% delle famiglie (6.447.000 nuclei) ha un reddito superiore ai 35.000 euro.
Dunque la metà delle famiglie vive con 2mila euro al mese e se consideriamo che una buona parte si addensa nel meridione, dove i nuclei familiari sono con più di un figlio c’è poco da aggiungere per affermare che siamo in una situazione pesante, difficile. Non dimentico il 15% di occupati precari che contribuisce all’azione calmierante dell’aumento salariale ma non dei prezzi al consumo.
Numeri in parte comprensibili come quelli dell’ISTAT dove si evidenzia che, la disoccupazione nel 2007 in Italia ha un tasso del 6,1%, in calo dal 6,8% del 2006. Un calo, legato all’aumento dell’inattività: lo scorso anno, infatti, il numero di persone in cerca di occupazione è calato del 10 % rispetto a un anno prima (-167mila), in particolare al Sud, dove le donne inattive sono in crescita continua dal 2004. Forse sarà opportuno ricordare che il tasso di disoccupazione è misurato dal rapporto tra numero di disoccupati che cercano lavoro e numero di lavoratori attivi. Essendo una divisione, basta che il numeratore diminuisca per far calare il tasso di disoccupazione: appunto quel che succede in Italia dal 2004. Tante misure tampone sono state proposte e tante ancora vengono presentate. La parola magica è reddito: reddito per i precari, i giovani, le donne. Reddito in economia, semplificando, significa debito e sua distribuzione, oppure, aumento dell’occupazione e produzione di beni e servizi da distribuire. Abbiamo bisogno di decisioni strutturali, ad esempio: aumentare l’occupazione stabile in alcuni settori ad alta tecnologia, e nel manifatturiero. E’ importante costruire azioni di questo tipo sapendo che in altre parti del mondo il lavoro costa poco, esistono barriere all’entrate per i beni prodotti da esportare, esistono una serie di vincoli strutturali che non possono essere affievoliti con misure tampone e il debito.