Per gradire 2 giugno 2008
Posted by Alfonso Marino in Economia.trackback
Gli indicatori congiunturali di Napoli e provincia relativi al 2007 presentano, un quadro poco confortante. Le imprese aumentano le esportazioni, ma non gli investimenti. Le esportazioni sono cresciute nello scorso anno del 5 per cento, confermando il buon andamento già emerso nel 2006, anche se la loro crescita è stata inferiore di circa due punti a quella del commercio mondiale. Il valore dell’export aumenta del 9,3 per cento, superando di oltre un punto l’analogo indice nazionale e anche il tasso di copertura si attesta al 90,9 per cento, segno di un sostanziale equilibrio tra il valore delle esportazioni e delle importazioni. Nello stesso periodo gli investimenti sono cresciuti invece solo dell’un per cento e, in particolare, quelli in macchine e attrezzature si sono fermati. I consumi e l’indebitamento delle famiglie divergono: rallentano i primi sono in lieve aumento i secondi. Nella seconda parte del 2007 si è registrato un peggioramento sia delle condizioni del mercato del lavoro sia dei consumi delle famiglie. Aumenta del 6,4 per cento il costo della spesa media mensile delle famiglie e l’inflazione rilevata in città (1,9 per cento) è superiore di due decimi di punto a quella media nazionale, con una forte accelerazione dei prezzi dei prodotti alimentari 3,7 per cento. La consistenza delle imprese napoletane segna un calo rispetto all’anno precedente. Il rallentamento della vivacità demografica è dovuto in gran parte alle cessazioni di piccole imprese, che hanno risentito della crisi economica e della netta riduzione dei consumi. Infine il capitolo lavoro, altro tasto dolente: il tasso di occupazione, pari al 41,1 per cento, risulta ancora decisamente inferiore al dato medio nazionale (70,7 per cento). Nello specifico: il reddito per abitante della provincia napoletana resta significativamente distante da quello medio nazionale ed il mercato del lavoro presenta livelli occupazionali del tutto insoddisfacenti, con particolare riferimento alla componente femminile e, ancora una volta, deludendo le aspettative delle classi giovanili, che sempre più vanno alimentando preoccupanti fenomeni migratori verso le aree più ricche del Paese. L’elevato indice di disoccupazione rilevato nella provincia di Napoli (14,8%: più del doppio, dunque, del dato nazionale, pari al 6,8%), corrispondente al 5° maggior valore provinciale rilevato in Italia. Sono dati preoccupanti che evidenziano la forte e persistente debolezza del sistema economico partenopeo con quote crescenti di cittadini che non cercano lavoro perché certi di non trovarlo se non in forme precarie, illegali e comunque al di sotto della formazione e delle esperienze lavorative maturate. Questo modello interpretativo vale anche a spiegare l’ulteriore crescita della consistenza del tessuto imprenditoriale locale in termini di imprese, con ritmi superiori, sia pure di poco, al dato nazionale. Si tenta di fare impresa ma, nel napoletano la nati-mortalità aziendale è più accentuata: sono in aumento le imprese che cessano ma aumentano anche quelle che nascono: è un fenomeno dinamico che non crea stabilità, non crea circoli virtuosi tra lavoro e impresa, tra lavoro, impresa e formazione. Naturalmente, è ancora netta la prevalenza di microaziende che, per loro stessa natura, non possono agire autonomamente sul piano di una maggiore competitività e di un fruttuoso riposizionamento sul mercato. Insomma, piccole e spesso fragili, come dimostrato dal numero delle procedure concorsuali di liquidazione e di fallimento, anche se nel 2007 è emerso un rallentamento del fenomeno: è ancora presto, ovviamente, per trarre conclusioni confortanti sotto questo aspetto. D’altra parte, l’analisi della situazione creditizia della provincia evidenzia una quota ancora alta di sofferenze bancarie sui corrispondenti impieghi, con un gap tra tassi d’interesse a breve termine ancora consistente. Napoli: 7,02%, Italia: 5,82%, ma il divario con le province più virtuose è superiore a due punti percentuali. Negli ultimi anni, i settori più maturi, impegnati su mercati sempre più competitivi ed in forte evoluzione hanno dovuto affrontare, e tuttora affrontano, passaggi difficili di riorganizzazione, che coinvolgono praticamente tutti i maggiori comparti del settore primario e di quello industriale nonché, più silenziosamente, ma in maniera altrettanto importante, quello turistico/ricettivo. Da questo emerge la volontà del sistema economico locale di proseguire la marcia lungo traiettorie di crescita e di innovazione; una volontà probabilmente che non si realizza che deve essere adeguatamente sostenuta dalle Istituzioni e dalle Associazioni di categoria. Sostenere in alcuni casi significa semplificare procedure e tavoli di concertazione, numero di leggi che ricadono in quello specifico settore, legiferare con modalità univoche che includono la realtà di Napoli e provincia e quella delle altre province della regione. Sostenere significa riflettere sul tema della concertazione e delle associazioni di rappresentanza sia in termini di quantità che di qualità. Sostenere significa partire dal realistico riconoscimento delle concrete potenzialità del territorio, delle sue specializzazioni produttive, delle sue condizioni di svantaggio. Paradossale ma, chiara e feroce è la presenza di reti illegali sull’intero territorio regionale e la pesante assenza di reti legali (banche, imprese, istituzioni pubbliche) per la diffusione e il miglioramento dell’accesso ai mercati in grado di predisporre le precondizioni di consistenti occasioni di nuova occupazione. Gli indicatori congiunturali evidenziano come, oltre ad una forte quota di indebitamento delle famiglie e delle imprese, anche le istituzioni pubbliche, ad esempio il Comune di Napoli, presenta un forte indebitamento, sia ordinario che fuori bilancio. L’analisi degli indicatori evidenzia come la redistribuzione del reddito in regione, considerati gli elevati flussi di spesa e il tempo nel quale sono stati gestiti, non è stata concentrata ad esempio per le donne e giovani o per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro di diplomati o laureati di primo livello. L’analisi evidenzia che non è stata realizzata una redistribuzione, ma una distribuzione per aree geografiche polverizzata con pochi investimenti di lungo periodo, ovvero di produzione che creano ricchezza. Questo tipo di struttura, modificabile ma, al momento rigida, rappresenta anche una difficile collocazione della regione campana, nella robusta riorganizzazione del sistema di contribuzione e spesa che viene presentato come federalismo. Riprendere il filo di un’interpretazione coerente o almeno ragionevole della riforma del titolo V della Costituzione, la cui mancata attuazione, a sei anni dalla sua approvazione, pesa come un macigno sui rapporti tra i governi, rendendo dubbia ogni azione intrapresa. Riprendere la riforma dei servizi pubblici locali, evitando gli usuali “errori politici” che da sempre contraddistinguono i rapporti tra il governo centrale e quello locale in materia di sanità ma in generale di spesa pubblica locale. In questo contesto le vicende che si trasformano da gestione ordinaria ad emergenza come quella dei rifiuti aggrava oltre modo la qualità dell’ambiente, il contesto sociale ed economico della città e dell’intera provincia, caricandola di ulteriori tensioni nazionali e internazionali non risolvibili nel breve periodo.
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