L’economia per la lettura 15 giugno 2008
Posted by Alfonso Marino in Economia.trackback
Nel 1973 l’economista canadese, poi cittadino degli Stati Uniti, John Kenneth Galbraith (1908-2006) dedicò una delle sue tante opere divulgative, apprezzate dal pubblico, all’argomento “Economics and The Public Purpose” (traduzione italiana “L’economia e l’interesse pubblico”, Mondadori, 1974). Galbraith spiegava allora al vasto pubblico come funzionano le grandi imprese, le “corporations”, nei Paesi ad economia capitalistica. La proprietà (gli azionisti) conta ben poco, tanto più se facciamo riferimento alla pluralità dei piccoli azionisti. Il potere reale è esercitato dalla “tecnostruttura”. Così definita dallo stesso Galbraith: «Con l’andare del tempo, l’intelligenza che finisce per guidare l’azienda imprenditoriale non è più un individuo singolo ma un complesso di scienziati, di ingegneri e di tecnici; di esperti in vendite, pubblicità e marketing; di tecnici delle relazioni pubbliche, di lobbisti, di avvocati e di uomini che conoscono bene la burocrazia statale e sanno come manipolarla; nonché di coordinatori, amministratori e dirigenti. E’ la cosiddetta tecnostruttura. E’ la tecnostruttura che ha il potere …» (op. cit., pag. 104). Questa analisi, ripeto, è contenuta in un’opera divulgativa risalente a trentacinque anni fa, anche se tuttora attualissima. Nelle grandi corporations (quelle che noi definiamo “multinazionali”) i dirigenti, cioè gli effettivi detentori del potere, accordano a sé stessi trattamenti economici (inclusi benefits di varia natura) di cui il cittadino comune nemmeno riesce più a comprendere l’entità (perché, oltre un certo importo, si fa fatica a stare dietro agli zeri). Lo stesso avviene in Italia in aziende che non sono veramente private, perché prima facevano parte del settore pubblico e ora non si sa bene quale natura abbiano, dopo avventurosi processi di privatizzazione che non hanno impedito e non impediscono continui interscambi di favori con i titolari del potere politico. Vogliono i populisti negare adeguati trattamenti economici ai top-manager del settore bancario e finanziario? Già ma quei trattamenti economici sono pagati attingendo al risparmio dei cittadini, quel risparmio che la Repubblica dovrebbe “incoraggiare e tutelare” (articolo 47 della Costituzione) e che un economista liberale come Luigi Einaudi considerava cosa quasi sacra (infatti, un tempo, “risparmiatore” era sinonimo di virtuoso). Vogliono i populisti negare adeguati trattamenti economici agli amministratori delegati ed ai top manager di aziende come l’Alitalia, o le Ferrovie dello Stato, o la Telecom? Già ma quei trattamenti, incluse le liquidazioni finali, sono corrisposti a prescindere dai risultati. O meglio, forse sono riferiti a “risultati”, che però non corrispondono mai a quanto i cittadini si aspetterebbero: una gestione efficiente, a servizio degli utenti. Vogliono i populisti negare adeguati trattamenti economici ai giornalisti anziani che parlano di contratti liberamente sottoscritti dagli azionisti? Ogni tanto bisognerebbe pure ricordarsi della curiosa situazione proprietaria di tutti i quotidiani, che percepiscono non trascurabili dotazione annue di fondi pubblici a sostegno dell’editoria.
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