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Morale, variabile indipendente 20 giugno 2008

Posted by Alfonso Marino in Economia.
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In materia di spese deliberate dalle Camere, la legislazione non può intervenire perché c’è una riserva di regolamento parlamentare. I giudici, ordinari, amministrativi e contabili, non possono intervenire e quando la Corte dei Conti compie qualche timido passo si grida al golpe. Io sono un convinto assertore dello Stato di diritto. Mi viene da ridere perché quando i nostri politici parlano di “Stato di diritto” lo fanno quasi sempre per sostenere esigenze di garantismo, più o meno peloso: la presunzione di innocenza (articolo 27, comma 2, della Costituzione), i tre gradi di giudizio. Invero, il concetto di Stato di diritto è ben più complesso: indica un ordinamento improntato al principio secondo cui governano le leggi, non gli uomini: nessuno, qualunque sia la carica ricoperta, è svincolato dal rispetto delle leggi e, in primo luogo, dal rispetto della Costituzione (la legge delle leggi). Nell’Italia odierna c’è una macroscopica, gigantesca, lacuna dello Stato di diritto: i tradizionali istituti di garanzia delle assemblee parlamentari e dei singoli eletti hanno finito per determinare un regime di completa irresponsabilità dei decisori politici in ordine alle spese di funzionamento delle Istituzioni rappresentative, sia con riferimento alle risorse, direttamente o indirettamente, destinate al finanziamento della attività politica, sia per quanto concerne i privilegi inerenti allo “status” di parlamentare. L’irresponsabilità di spesa dei decisori politici riguarda anche gli stipendi d’oro delle burocrazie di supporto dei due Rami del Parlamento e degli altri Organi costituzionali. Perché un semplice commesso (pardon, “assistente parlamentare”) arriva a percepire trattamenti economici che, in relazione alle funzioni disimpegnate, non hanno giustificazione in una logica di mercato? Perché quanti lavorano a stretto contatto con il ceto politico vengono pagati profumatamente? Si tratta di una logica di scambio: ti pago in modo esagerato, ma da parte tua pretendo fedeltà, silenzio e discrezione. Infatti, non sempre i politici si accontentano del loro trattamento privilegiato; ma ogni tanto chiedono qualche cosa di più che, a rigore, non spetterebbe (per fare l’esempio più banale, l’impiego per scopi strettamente privati di un’autovettura di servizio, con relativo autista). Per non parlare di tutti i casi in cui, nel condurre le inevitabili mediazioni parlamentari, i politici vengono fuori al naturale, mostrando lati del proprio carattere che non giovano alla loro immagine pubblica. Ciò spiega perché le burocrazie parlamentari siano strapagate. E la professionalità, la capacità del lavoro? Certamente si richiedono pure questi elementi, ma se dovessero tradursi in attitudine critica, allora meglio premiare una mediocrità silenziosa e fedele. Né il discorso si chiude a Roma; ma si ripropone in ogni Regione (ogni Consiglio regionale tende ad atteggiarsi come un piccolo Parlamento). In particolare andrebbe attentamente studiata l’esperienza storica delle Regioni ad autonomia differenziata; qui già si trova tutto quello che c’è da sapere sul fenomeno della irresponsabilità di spesa dei decisori politici. Nella lingua tedesca, che spesso ci soccorre, c’e l’espressione “legalisierter Raub”: rapina legalizzata. Gli stipendi d’oro sono sempre legali. Il loro fondamento va ricercato in delibere sempre formalmente ineccepibili; cosicché, chi si avventurasse a criticarle si esporrebbe pure a possibili querele, con puntuali richieste di risarcimento dei danni morali e d’immagine (per il cittadino senza potere, il danno e la beffa, insieme). Penso, che l’etica abbia una sua ragion d’essere per favorire la coesione sociale. E l’etica comanda di impiegare per fini di reale utilità sociale il denaro che viene prelevato dai contribuenti. Affinché i cittadini possano verificare che quanto versano in imposte e tasse sia utilizzato per fini di utilità generale, occorre garantire massima trasparenza sulla spesa pubblica, a partire da quella diretta al finanziamento delle Istituzioni rappresentative. Penso che i titolari di cariche pubbliche abbiano più responsabilità degli altri e siano tenuti a dare il buon esempio, non il cattivo esempio. La questione morale non è un’invenzione e quanti si compiacciono di aver contrastato in un recente passato i sindacati che teorizzavano il salario come «variabile indipendente», cominciassero a pensare che pure gli stipendi d’oro non possono essere una variabile indipendente, sganciata dalle dinamiche reali dell’economia.

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