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Nun Caccio Una Lira 13 luglio 2008

Posted by iasiellik in IasielliK.
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NCUL, corrente di pensiero socio-economica nata negli anni novanta, promuove, fra l’altro, un diverso approccio filosofico ai consumi: Nun Caccio Una Lira.

La visione anticonsumistica che ne deriva mi attribuisce atteggiamenti di contrasto al capitalismo, che attraverso i suoi strumenti strafinanziari sta avvelenando l’economia, anche quella mia familiare.

I problemi dell’economia trovano origine nei primi anni ottanta, quando tramontava il modello del capitalismo democratico e si affermavano la globalizzazione e gli strumenti ICT. I rapporti di forza tra capitalismo ed organizzazioni sindacali e tra capitalismo e organi di governo cambiavano radicalmente. Gli interventi di macro-economia operati dallo Stato nel tentativo di avviare programmi di ristrutturazione economica, così come afferma Giorgio Ruffolo, furono “sterilizzati” dall’immissione nel mercato del lavoro mondiale masse di lavoratori che ne deprimono il prezzo. E’ il periodo delle prime delocalizzazioni verso l’estero di importanti impianti manifatturieri, attraverso cui gli imprenditori recuperavano sul costo del lavoro gli incrementi dei costi delle materie prime e l’incremento di utili necessari per soddisfare l’azionariato. Il prezzo della manodopera crolla ed iniziano processi di mobilità dei dipendenti, processi che tuttora non si sono arrestati.

 

In questo scenario di globalizzazione l’obiettivo degli azionisti e della classe dirigente, che ne avvalla i desiderata, è aumentare l’utile. In che modo? Sinteticamente, seguendo M.Friedman:

ü      Compressione del costo del lavoro;

ü      Precarizzazione del lavoro;

ü      Apertura dei mercati finanziari a milioni di neo-azionisti.

Quest’ultimo punto contribuisce a trasferire il rischio di impresa dalle banche al piccolo azionista, che fidando nei brillanti risultati dei nuovi strumenti finanziari (fondi comuni di investimento, per esempio) sperano di incrementare i redditi familiari.

Quelle che si avvera nello scenario internazionale ed a seguire nazionale è il trasferimento dei rischi alle famiglie in un enorme mercato finanziario, che produce titoli dalle forme più variegate destinati a sostenere le esigenze di capitale delle imprese. Il capitale si spalma su una massa di risparmiatori riducendo il rischio in assoluto dell’investimento, ma mantenendo tutte le sue criticità per il piccolo azionista.

Anche se i titoli emessi si allacciano ai risultati economici dell’imprese collegate, il suo valore è sempre più legato all’altalena della domanda / offerta, mossa dalle speculazione sul prezzo dei titoli, senza preoccuparsi del reale andamento dell’impresa: i risultati si misurano sulla copertura dei rischi.

Gli sviluppi della finanza “creativa” traguardano nuovi scenari ed introducono strumenti sempre più “rischiosi” e remunerativi, anticipando il valore futuro dei titoli. Si crea, in quegli anni, una dicotomia finanziaria: il valore ed il prodotto reale. Il primo, nominalmente riferito al secondo, si muove in scenari finanziari, avulsi dai risultati economici dell’azienda: l’investitore, prevedendo sviluppi del settore di riferimento (molto nell’ICT e nelle nuove tecnologie), acquista sempre maggiori quantità di titoli, il cui valore per il gioco della domanda/offerta lievita fuori misura, fino a che la “bolla scoppia” e, come dice Galbraith, gli sciocchi sono separati dal loro denaro.

Questo scenario è diventato man mano più complesso, anche grazie alla forte spinta delle banche. Queste ultime accordano crediti a speculatori, attraverso un meccanismo di “leva finanziaria”, senza una reale consistenza del business. Nasce così un enorme apparato di intermediazione finanziaria, che pompa le speculazioni, al di sopra del valore reale dell’economia. Il tutto si traduce in un debito strutturale, difficile da smaltire.

 

Questa rincorsa al credito nel mercato finanziario, si trasforma nelle economie occidentali in debiti verso i paesi emergenti, ove il surplus di produzione è servito a coprire la domanda dei paesi post-industriali e di conseguenza a creare grosse disponibilità economiche in questi paesi, che adesso bussano alle porte dell’economia occidentale.

Prima i paesi del medio-oriente, che la corsa al petrolio ha arricchito, iniziano le speculazioni sul mercato finanziario, creando grosse concentrazioni di capitali, a loro volta reinvestiti in variegati settori economici. A seguire i paesi dell’est europeo e del sudest asiatico, come la Russia e la RPC, dove la nascita di fenomeni psuedo-capitalisti, all’interno di un’economia pseudo-socialista, ha sviluppato enormi ricavi a fronte di costi bassi. Questo fenomeno fa spostare l’asse del capitalismo verso “fondi sovrani” degli Stati asiatici.

L’instabilità dei mercati finanziari si è cronicizzata. Da ciò discende una continuità instabilità e fluttuazione azionaria, in cui imperversano le speculazioni.

Da una parte la globalizzazione ha ridotto la “forbice” tra paesi ricchi e paesi poveri. La delocalizzazione di industrie primarie e manifatturiere, a grosso impatto ambientale (industrie chimiche, siderurgiche, etc.) e con impegno massiccio di manopodera a basso valore aggiunto (industrie tessili, trasformazioni alimentari, meccaniche, etc.), ha introdotto nei paesi emergenti forme di economie industriali, che hanno ridotto il gap con le economie occidentali, che progressivamente hanno abbandonato le attività a basso valore aggiunto.  Nello stesso tempo queste nuove forme di economie, specie quelle che attingono i capitali dal mercato finanziario, hanno contribuito ad “arricchire” classi sociali legate a tale mercato, penalizzando tutte le forme di economie legate, viceversa, al mondo produttivo: la forbice tra “ricchi” e “poveri” si è allargata all’interno.

Leggi ad hoc, speculazioni sempre più rischiose e, nello stesso tempo, redditizie, hanno contribuito ad accumulare ingenti capitali, distraendoli dal circuito virtuoso del finanziamento di beni sociali e di investimenti produttivi, e destinandoli verso i “paradisi fiscali”.

Il capitalismo è un fenomeno strano. Nella sua ultima versione libertaria ha favorito l’aumento dell’offerta, attraverso una spinta alla maggiore produttività e l’introduzione di bisogni fittizi, e la conseguente riduzione dei prezzi dei beni e dei servizi, privati, con beneficio per il consumatore. Nello stesso tempo ha danneggiato il cittadino, assalito da una politica sempre più famelica di risorse finanziarie ed occupazionali per il sostentamento del suo apparato e della macchina elettorale in particolare (rif.: R.Reich – Il Supercapitalismo – ed. Fazi).

Il nostro modello di civiltà globale rappresenta una società prospera e raffinata. Il costo che stiamo scontando è il depauperamento delle risorse naturali a disposizione, e la loro iniqua distribuzione tra gli uomini.

Mi viene un dubbio in merito alla corrente di pensiero NCUL: fossi stato io a bloccare la ruota dell’economia?

 

 

 

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