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L’estate..finendo.. 26 agosto 2008

Posted by Alfonso Marino in Economia.
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Dal 1993 ad oggi a fronte di un’inflazione media annua del 3,2%, le retribuzioni contrattuali sono cresciute in media solo del 2,7%. C’è uno scarto tra inflazione programmata e reale e, quindi, una perdita secca del potere d’acquisto dei salari. La bassa crescita delle retribuzioni in Italia si rende ancora più evidente se confrontata con quella dei maggiori paesi europei. Ad aggravare la questione salariale e ad abbassare il livello delle retribuzioni medie e del loro tasso di crescita c’è la questione giovanile. Proprio su quest’ultimo tema le nostre rilevazioni ci dicono che: nell’età compresa tra 15 e 34 anni c0n le diverse tipologie di flessibilità il minimo è 737 euro il massimo  899 euro netti mensili. Poi il fenomeno del lavoro illegale e delle morti sul lavoro che tiene bassi i salari di quei settori. Nel periodo 1993-2006, su 16,7 punti percentuali di crescita di produttività in Italia, in termini reali, al lavoro sono andati solo 2,2, cioè secondo dati Istat il 13% della produttività è andato al lavoro e l’87% alle imprese. Nel dibattito odierno è tornata prepotentemente in auge la questione della gabbie salariali.

L’ultimo Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno: L’emigrazione dal Sud torna ai livelli degli anni 60. L’emigrato tipo ha tra i 25-29 anni , quasi la metà ha un titolo di studio medio – alto (diploma superiore il 36,3% e laurea il 13,1%). All’inizio del 2008 i lavoratori senza contratto erano circa 10 milioni. Ad oggi, i contratti scaduti interessano circa 8 milioni di dipendenti. Come di evince dai dati, l’aumento medio a regime derivante dai contratti nazionali di lavoro è di circa 100 euro lordi (ad eccezione del credito). Tolte le trattenute fiscali e i contributi previdenziali, gli aumenti netti sono di circa 65 euro mensili, scaglionati in più tranches. La struttura contrattuale disegnata dall’accordo del 23 luglio 1993 assegna un ruolo potenzialmente rilevante, anche per la determinazione del salario, alla contrattazione di secondo livello. Purtroppo, però, la stragrande maggioranza dei lavoratori beneficia solo del contratto nazionale. Questo dipende in parte dalla classe dimensionale della imprese italiane. Il 95%delle aziende, infatti, ha tra 1 e 9 addetti: in queste realtà non esiste contrattazione di secondo livello. Ma anche le informazioni delle associazioni di rappresentanza sono poche e frammentate per quanto riguarda la esigua quota restante. Flebile la contrattazione integrativa dal momento che le parti sociali erano impegnate ad affrontare le pesanti ristrutturazioni e le corpose delocalizzazione all’estero che hanno caratterizzato il periodo. Sul tema è interessante l’analisi del Cnel. I dati sull’evoluzione dei salari e dei profitti dal 1993 al 2007, le cifre relative alla paga mensile netta dei lavoratori dipendenti, la comparazione dei salari italiani rispetto al resto d’Europa, le grandi differenze tra Nord e Sud del paese, quelle tra uomini e donne e tra giovani e meno giovani, l’analisi sui rinnovi dei contratti nazionali di lavoro e sulla contrattazione di secondo livello, ci portano ad una serie di considerazioni. La prima rende paradossale l’idea proposta da alcuni per cui ad un ridimensionamento del contratto nazionale corrisponderebbe un aumento della contrattazione di secondo livello. I dati dicono il contrario: ad un contratto nazionale sempre più debole nel recupero del potere d’acquisto ha corrisposto, nei quindici anni trascorsi, una riduzione quantitativa (in relazione sia al numero di aziende che al numero dei lavoratori coinvolti) della contrattazione di secondo livello. La seconda. Il fallimento dei propositi redistributivi dell’accordo del luglio 1993 attraverso una contrattazione aziendale con salario variabile. La terza. La debolezza dei contratti nazionali di lavoro, che hanno a riferimento un indice di inflazione diverso da quello reale, a colmare la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. La quarta. La contrattazione aziendale di secondo livello, date anche le ridotte dimensioni della stragrande maggioranza delle imprese italiane, deve essere esigibile.

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