Si può dire no 19 settembre 2008
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Dicono no, no all’impresario. Com’è possibile. Tutti hanno un prezzo, tutti vengono per consigli e bussano con i piedi alla sua porta e questi che possiedono ancora qualche tons di legna da ardere dicono no. E’ inaudito, cambiando Gaber affermano: anche per oggi si vola mentre i volti tirati a lucido con il trucco televisivo spiegano che l’Enac, la licenza e quindi attenti perchè se dite no poi siete voi che non volete, siete voi che non dovete, siete voi che non capite. Pensate l’unica colpa di questi lavoratori che dicono no è quella di essere stati assunti con il solito metodo con il quale si assume nell’azienda pubblica e poi creato una famiglia e quindi consumi e poi aver fatto il mutuo per la casa e poi mandato i figli, venuti dal matrimonio, nella scuola pubblica. C’è chi dice no, io non ci sono.
Tra Treviri e Cambridge 18 settembre 2008
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Dopo l’ennessimo fallimento delle banche private d’investimento americane e l’intervento della banca centrale ecco che ritorna la riflessione in merito all’importanza del settore pubblico. I convinti assertori del lasciar fare, tanto il birraio è ordinato e conosce cosa è utile, si trasformano in paladini dell’intervento pubblico e ricordano il signore nato a Cambridge nel 1883 e morto a Tilton nel 1946. Fischia il vento urla la bufera, bisogna piantare ben salda nel terreno la tenda e dunque quale miglior strumento del vecchio, vituperato e rabberciato intervento pubblico. Il nativo di Cambridge diceva che il lungo periodo in economia è il periodo nel quale siamo tutti morti e dunque le crisi devono essere risolte nell’immediato una sorta di qui e ora dell’economia. Il confronto tra l’essere e il divenire si sostanzia in termini di ricchezza prodotta e distribuita. Il lungo periodo della crisi finanziaria, di Alitalia, della crisi fiscale dei governi locali, del federalismo nostrano. Hanno riscoperto il nativo di Cambridge è troppo, è grande utopia, credere che scoprano il signore nato a Treviri nel 1818 che affermava: guardate che se la creazione di plusvalore del capitale non passa per lo sfruttamento della forza lavoro trattata come merce e quindi M – D – M ma D – D, il capitalismo vive un coma profondo e duraturo. Non è stato dato ascolto all’amico di Treviri, infatti prima la sostituzione del lavoro con la tecnologia e poi con la finanza D -D, sempre eliminando il lavoro, pensando che sia marginale: un capitalismo neoclassico con tutto quello che segue in termini di cultura e democrazia. State scomparendo nelle vostre mastodontiche forme di accumulazione. Volete riflettere sul limite dei vostri comportamenti, delle vostre idee? Dov’è il vostro limite? Grazie
Fischia il vento urla la bufera…. 17 settembre 2008
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Il de profundis si è sentito in tutto il pianeta. Lehman Brothers, quarta banca d’affari statunitense, non ha retto alla crisi dei mutui e, sommersa dai debiti, senza salvagente pubblico e con la conseguente fuga di due possibili acquirenti, ha dovuto portare i libri in tribunale. Ad oggi, ma domani si vedrà è il più grande fallimento della storia, supera perfino quelli eclatanti di Worldcom ed Enron. Il crac ha provocato un terremoto sui mercati finanziari mondiali e decine di migliaia di persone – in America, in Europa e in Italia – hanno perso il posto di lavoro. All’inizio il cotone poi una lunga storia di attività varie: materie prime, industria cinematografica, trasporto aereo, industria automobilistica, telecomunicazioni. Poi la banca con i mutui, il modello è quello che si prova ad innestare con Alitalia e prossimo anche per le FS, svalutazioni e tassi di interesse che corrono, ma non basta. ieri il tracollo definitivo, il titolo vale centesimi. Le febbrili trattative degli ultimi giorni con potenziali acquirenti non sono andate in porto: il collasso è arrivato dopo che il governo ha deciso di non intervenire. Ora si teme l’effetto domino con altre banche che nelle stesse condizioni attendono, vedi Merrill Lynch. Il capitalismo che non garantisce gli investimenti speculativi, un governo che non garantisce i diritti minimi della società ricca ed opulenta: solidità e robustezza cercano. La troveranno? Chi paga?
E lo chiamano federalismo 16 settembre 2008
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Lo scontro tra il governo centrale e quello locale sembrava sopito, ma il fuoco covava sotto la cenere. Il fatto: I comuni italiani spendono circa 5 miliardi di euro per servizi sociali a favore delle fasce deboli, e Bolzano e’ al primo posto. Lo stima un rapporto del ministero della solidarieta’ sociale. I comuni hanno speso in media 91 euro per residente (142 euro Nord-Est, 104 euro Nord-Ovest, 102 euro Centro, 72 euro Isole e 39 euro Mezzogiorno). Bolzano e’ primo con 417 euro a residente. Fra le Regioni guida la Valle d’Aosta (quasi 280 euro). Ultime Calabria (meno di 27 euro), Puglia e Campania (39 euro). La domanda: perché i tagli per gli enti locali uguali per tutti, senza dedicare attenzione alle dinamiche che emergono dai territori?. Questo domanda coinvolge ad esempio le famiglie che chiedono servizi nel territorio dove vivono. Inoltre, se valutiamo l’inserimento lavorativo nelle imprese dei giovani laureati nella nostra regione in relazione al percorso di studio, verifichiamo che la laurea in ingegneria è quella che favorisce l’inserimento lavorativo rapido che tradotto in numeri vuol dire due anni. Il dato emerge da un rapporto dell’Istat. Bene anche Economia aziendale, a 2,5 anni dalla laurea il 77%. E’ utile sottolineare che spesso il luogo dove si trova lavora è fuori dalla regione. Dunque in Campania il laureato trova occupazione continuativa dopo minimo 2 anni dalla laurea e spesso fuori regioni. I comuni della Campania spendono meno degli altri in servizi, le famiglie sono mono reddito e devono sostenere, i figli nel percorso post laurea. La sfida difficile è quella di ridistribuire la ricchezza della nazione dentro questo ciclo di vita. La ricchezza continua a concentrarsi dove già esistono opportunità, è importante invertire quest’ordine. Il governo con strumenti e comportamenti necessari deve invertire la rotta.
Tra il dire e il fare…. 15 settembre 2008
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Riflessione congiunta organizzata da Cassartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti, in rappresentanza di oltre 4 milioni di piccole e medie imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dell’artigianato. Sono previste anche iniziative di mobilitazione a livello regionale e direttamente nel nostro territorio. Le associazioni delle piccole e medie imprese sono impegnati a fondo per modificare alcuni elementi che strutturano la busta paga e l’inserimento nell’azienda di nuovo personale. In particolare, l’esenzione dal versamento del trattamento di fine rapporto (tfr) all’Inps per le imprese sotto i 50 dipendenti e la modificare della norma sull’apprendistato. In merito al tfr pur condividendo le attese delle associazioni è utile verificare come questa decisione si coniuga con la crescita delle imprese senza prevedere un numero superiore al 50esimo dipendente. L’altro punto di confronto è l’apprendistato. Sul piano contributivo, oltre all’aggravio dei contributi diretti, l’ulteriore contribuzione del 10% sul salario degli apprendisti – con un aggravio annuo stimato di 1.200 euro per apprendista è grave perché colpisce un istituto che storicamente rappresenta lo strumento attraverso il quale la piccola e media impresa spesso si è rigenerato ed è sopravvissuto ai tanti cambiamenti. Il tema delle piccole e medie imprese coinvolge il territorio regionale di tutta la campania dove alcuni temi legati allo sviluppo e all’innovazione hanno visto negli tanto dire con analisi e convegni e poco fare.
Vedi napoli e cresci 13 settembre 2008
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Economia, in particolare i riflettori si accendono sul ruolo delle piccole e medie imprese. Il ruolo di queste istituzioni private è stato più volte posto al centro della riflessione dalle diverse figure politiche e governative. A napoli e provincia il comparto presenta una elevata dinamicità, che non evidenzia però una congiuntura favorevole, ma andiamo con ordine. Il consuntivo relativo agli ultimi cinque anni non esprime dati confortanti: poco meno di 300 nuove unità lavorative. Il fenomeno può apparire interessante ma è utile ricordare che l’aumento deve essere correlato al numero di occupati e al settore di appartenenza. Purtroppo questi due indicatori evidenziano un livello minimo di occupazione, le 300 unità occupano mediamente un paio di persone e sono insediate in settori che presentano una elevata stagionalità in termini di attività e presenza sul mercato. Infatti dall’analisi dei singoli settori delle attività economiche, i risultati migliori sono stati conseguiti dai comparti della ristorazione, con un aumento del 5% delle imprese e nelle costruzioni, che ha fatto registrare un aumento della base imprenditoriale di circa 150 unità, con una percentuale pari al 7%. I due comparti possono nel breve periodo dare un sollievo ma, il fenomeno deve essere analizzato in profondità perché questi incrementi costituiscono movimenti economici e culturali concreti. Nel settore della ristorazione le unità principali sono i bar con una media di occupati minima e una presenza di lavoratori extracomunitari sui quali bisogna fare luce. Anche nel settore delle costruzioni, l’aumento delle 150 unità produttive è da interpretare con molta cautela sia per il fenomeno della elevata nati – mortalità delle imprese, che per la presenza spesso di lavoro non emerso e legato all’impiego di lavoratori extracomunitari. Il fenomeno dei lavoratori extracomunitari è interessante perché presenta dinamiche che attengono a diversi settori economici e merceologici. Sono oltre 4.000 le persone di nazionalità extracomunitaria che sono presenti a vario titolo nel sistema imprenditoriale di napoli e provincia. Questa forte presenza di immigrati pone problemi nuovi ed inediti di integrazione che spesso creano non pochi problemi di convivenza sociale con la popolazione locale. Più dinamicità, meno vincoli, maggiore dialogo con le istituzioni, sono azioni indispensabili per non allungare la distanza tra le due Italia. La necessità di fare sistema, dove ognuno deve fare la sua parte, sentirsi come parte di un tutto è il percorso, la strada difficile e tortuosa, ma indispensabile da seguire e realizzare.
Sarà record italiano nei 400 ostacoli? 11 settembre 2008
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Continua la corsa ad ostacoli del governo per il contenimento del debito pubblico e per la gestione della spesa? La domanda è robusta perché da qualche tempo l’argomento non è più primario, anche se le agenzie di rating attendono lo sforzo di correzione dei conti del governo dovendo valutare l’impatto e i tempi di questi miglioramenti nell’andamento del bilancio. Il rating è un metodo utilizzato per classificare l’economia di un paese ed evidenziarne i rischi. Le agenzie di rating talora sono banche d’investimento private che effettuano per conto proprio e per conto terzi analisi di convenienza ad investire in quella Nazione. Il declassamento significa che la nazione in questione, in questo caso l’Italia, presenta dei rischi in relazione ad investimenti in attività produttive o di servizi. Il rating viene espresso con un giudizio sintetico in lettere e prevede le tre A (elevata capacità di ripagare il debito e l’investimento ) fino alla D (governo insolvente). Altre agenzie utilizzano lettere diverse, ma il metodo e il giudizio sintetico espresso è molto simile a quello descritto. Le prossime settimane dunque, saranno decisive per la valutazione del credito politico ed economico che le agenzie internazionali sono disposte ad accordare all’Italia. Il nostro paese nel caso di un persistente giudizio negativo deve fronteggiare maggiori oneri in riferimento al pagamento degli interessi sul debito pubblico, e questo porterebbe di conseguenza ad una riduzione delle risorse per il finanziamento di programmi di investimento in educazione, tecnologia e infrastrutture. In particolare quello che viene chiesto dall’osservatorio internazionale all’attuale governo è una finanziaria che proponga riforme strutturali e nei fatti metta sotto controllo la spesa pubblica per non far dilatare il debito che cresce più velocemente della ricchezza prodotta, questa è, sottolineano le agenzie di rating, la causa di fondo degli squilibri di bilancio italiani. E’ il governo giusto?
Studi il settore o il settore studia? 10 settembre 2008
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Studi di settore e finanziaria un tema caldo tra governo e commercianti e non solo, anche per la piccola e media impresa il confronto in merito è robusto. Che cos’è lo studio di settore? Gli Studi di Settore dovrebbero consentire un nuovo rapporto fisco – contribuente, in termini di trasparenza, equità e certezza. L’idea di fondo è quella di partecipazione e condivisione da parte delle Associazioni di Categoria e degli Ordini Professionali, basandosi su un sistema relazionale, tra l’amministrazione finanziaria, contribuenti e le associazioni di categoria. La costruzione dello studio è ancorata: al settore economico di appartenenza; ai processi produttivi adottati; all’organizzazione dell’azienda; ai prodotti o servizi oggetto dell’attività; al mercato di riferimento. Le metodologie per la costruzione e per l’applicazione degli studi di settore si fondano su modelli che integrano in un unico approccio l’uso di tecniche di analisi economica e statistica. Le diverse fasi sono sottoposte a procedura di verifica tra le agenzie delle entrate e le associazioni di categoria. Certo il calcolo dei ricavi, la compilazione del questionario, il raggruppamento in aree omogenee dei contribuenti, presenta anomalie ed incongruenze, oltre ad una elaborazione abbastanza farraginosa dei risultati. In quest’ambito le associazioni di categoria e l’osservatorio provinciale, anche se con modalità e ruoli diversi, dovrebbero insistere per la modifica delle metodologie, come forma di tutela dei propri iscritti, ma le stesse associazioni dei consumatori dovrebbero intervenire per la modifica in tempi rapidi dei meccanismi di calcolo. Al momento invece, le associazioni di categoria sono impegnate nei confronti del governo nel negoziare alcuni indirizzi proposti dalla finanziaria, come: l’allargamento dei contribuenti inclusi, revisioni più accurate e frequenti, nuovi poteri di accertamento ed inasprimento delle sanzioni, misure rivolte a tipologie di contribuenti che prima ne erano esclusi. È il caso ad esempio, dei contribuenti che iniziano o cessano l’attività nel corso dell’anno; per questi non è automaticamente esclusa l’applicazione degli studi se entro sei mesi dalla cessazione si è avuta una nuova apertura di attività, o se l’attività non è altro che la continuazione di una precedentemente esercitata. L’oggetto del contendere è robusto, il confronto tra le parti è rovente. Il tema dovrebbe essere oggetto di specifiche iniziative a livello territoriale promosse dalle associazioni di categorie e delle parti interessate. Gli obiettivi: maggiore trasparenza nelle metodologie e meccanismi di calcolo, rafforzare la legalità dei comportamenti.